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+*¨^¨*+ `··._.·+*¨^¨*+ I Sogni Son Desideri

E se ci credi prima o poi li vedrai avverarsi+*¨^¨*+ `·.¸¸.·´´¯`··._.·°º¤ø,¸¸

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Che la magia abbia inizio

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Chiudi per un solo istante gli occhi e lasciati cullare dolcemente dalle onde della fantasia, ora riapri i tuoi occhi e ....che la magia abbia inzio....

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May 30

il bucaneve

Il bucaneve

Era inverno, l'aria era fredda, il vento tagliente, ma in casa si stava bene e faceva caldo; e il fiore stava in casa, nel suo bulbo sotto la terra e sotto la neve.
Un giorno cadde la pioggia, le gocce passarono attraverso la coltre di neve fino alla terra, toccarono il bulbo del fiore, gli annunciarono il mondo luminoso di sopra; presto il raggio di sole, sottile e penetrante, passò attraverso la neve fino al bulbo e bussò.
"Avanti!" disse il fiore.
"Non posso" rispose il raggio, "non ho abbastanza forza per aprire, diventerò più forte in estate".
"Quando verrà l'estate?" domandò il fiore, e lo domandò ancora ogni volta che un raggio di sole arrivava laggiù. Ma doveva passare ancora tanto tempo prima dell'estate, la neve era ancora lì e ogni notte l'acqua ghiacciava.
"Quanto dura!" disse il fiore. "Io mi sento solleticare, devo stendermi, allungarmi, aprirmi, devo uscire! Voglio dare il buongiorno all'estate, sarà un tempo meraviglioso!".
Il fiore si allungò e si stirò contro la scorza sottile che l'acqua aveva ammorbidito, la neve e la terra avevano riscaldato, il raggio di sole aveva punzecchiato; così sotto la neve spuntò una gemma verde chiaro, su un gambo verde, con foglie grandi che sembravano volerla proteggere. La neve era fredda, ma tutta illuminata, ed era così facile passarci attraverso, e sopraggiunse un raggio di sole che aveva più forza di prima.
"Benvenuto, benvenuto!" cantavano e risuonavano tutti i raggi, e il fiore si sollevò oltre la neve nel mondo luminoso. I raggi lo accarezzarono e lo baciarono, così si aprì tutto, bianco come la neve e adorno di striscioline verdi. Piegava il capo per la gioia e l'umiltà.
"Bel fiore" cantavano i raggi, "come sei fresco e puro! Tu sei il primo, l'unico, sei il nostro amore. Tu annunci l'estate, la bella estate in campagna e nelle città. Tutta la neve si scioglierà; i freddi venti andranno via. Noi domineremo. Tutto tornerà verde, e tu avrai compagnia, il lillà, il glicine e infine le rose; ma tu sei il primo, così delicato e puro!".
Era proprio divertente. Era come se l'aria cantasse e risuonasse, come se i raggi di sole penetrassero nei suoi petali e nel suo stelo; lui era lì, così sottile e delicato e facile a spezzarsi, eppure così forte, nella sua giovanile bellezza, era lì in mantello bianco e nastri verdi, e rendeva lode l'estate. Ma doveva ancora passare tempo prima dell'estate; nuvole nascosero il sole, e venti taglienti soffiarono sul fiorellino.
"Sei giunto troppo in anticipo!" dissero il vento e l'aria. "Noi abbiamo ancora il potere, ti dovrai adattare! Avresti dovuto rimanere chiuso in casa, non correre fuori per farti ammirare, non è ancora tempo".
C'era un freddo pungente! I giorni che vennero non portarono un solo raggio di sole, c'era un freddo tale che ci si poteva spezzare, soprattutto un fiorellino tanto delicato. Ma in lui c'era molta più forza di quanto lui stesso sospettasse, era la forza della gioia e della fede per l'estate che doveva arrivare, che gli era stata annunciata da una profonda nostalgia e confermata dalla calda luce del sole; quindi resistette con la sua speranza, nel suo abito bianco sopra la neve bianca, chinando il capo quando i fiocchi cadevano pesanti e fitti, quando i venti gelidi soffiavano su di lui.
"Ti spezzerai!" gli dicevano. "Appassirai, gelerai! Perché hai voluto uscire? perché non sei rimasto chiuso in casa? Il raggio di sole ti ha ingannato. E adesso ti sta bene, fiorellino che hai voluto bucare la neve!".
"Bucaneve!" ripeté quello nel freddo mattino.
"Bucaneve!" gridarono alcuni bambini che erano arrivati in giardino, "ce n'è uno, così grazioso, così carino, è il primo, l'unico!".
Quelle parole fecero bene al fiore, erano come caldi raggi di sole. Il fiore, preso dalla sua gioia, non si rese neppure conto d'essere stato colto; si ritrovò nella mano di un bambino, venne baciato dalle labbra di un bambino, poi venne portato in una stanza riscaldata, osservato da occhi affettuosi, e messo nell'acqua: era così rinfrescante, così ristoratrice, e il fiore credette improvvisamente di essere entrato nell'estate.
La fanciulla della casa, una ragazza carina che era già stata cresimata, aveva un caro amico che pure lui era stato cresimato e che ora studiava per trovarsi una sistemazione. "Sarà lui il mio fiorellino beffato dall'estate!" esclamò la fanciulla; prese quel fiore sottile e lo mise in un foglio di carta profumato su cui erano scritti dei versi, versi su un fiore che iniziavano con "fiorellino beffato dall'estate" e finivano con "beffato dall'estate".
"Caro amico, beffato dall'estate!". Lei lo aveva beffato d'estate.
Tutto questo venne scritto in versi e spedito come lettera; il fiore era là dentro e faceva proprio scuro intorno a lui, scuro come quando stava nel bulbo. Il fiore viaggiò, finì nel sacco della posta, fu schiacciato, premuto; non era per nulla piacevole, ma finì.
Il viaggio terminò, la lettera fu aperta e letta dal caro amico; lui era molto contento, baciò il fiore che fu messo insieme ai versi in un cassetto, con tante altre belle lettere che però non avevano un fiore; lui era il primo, l'unico, proprio come i raggi del sole lo avevano chiamato: com'era bello pensarlo!
Ebbe la possibilità di pensarlo a lungo, e pensò mentre l'estate finiva, e poi finiva il lungo inverno; e venne ancora l'estate, e allora fu tirato fuori. Ma il giovane non era affatto felice; afferrò i fogli con violenza, gettò via i versi, e il fiore finì sul pavimento, piatto e appassito; non per questo doveva essere gettato sul pavimento! Comunque meglio lì che nel fuoco, dove tutti i versi e le lettere andarono a finire. Che cosa era successo? Quello che succede spesso. Il fiore l'aveva beffato, ma quello era uno scherzo; la ragazza l'aveva beffato, e quello non era uno scherzo; lei si era trovato un altro amico durante l'estate.
Al mattino il sole brillò su quel piccolo bucaneve schiacciato che pareva dipinto sul pavimento. La ragazza che faceva le pulizie lo raccolse e lo infilò in uno dei libri appoggiati sul tavolo, perché credeva fosse caduto da lì mentre lei faceva le pulizie e metteva in ordine. Il fiore si trovò di nuovo tra versi stampati e questi sono più distinti di quelli scritti a mano, per lo meno sono più costosi.
Così passarono gli anni e il libro restò nello scaffale; poi venne preso, aperto e letto; era un bel libro: erano versi e canti del poeta danese Ambrosius Stub, che certo vale la pena di conoscere. L'uomo che leggeva quel libro voltò la pagina. "Oh, c'è un fiore!" esclamò, "un bucaneve! E' stato messo qui di certo con un preciso significato; povero Ambrosius Stub! Anche lui era un fiore beffato, una vittima della poesia. Era arrivato troppo in anticipo per il suo tempo, perciò subì tempeste e venti pungenti, passò da un signore della Fionia all'altro, come un fiore in un vaso d'acqua, come un fiore in una lettera di versi! Fiorellino, beffato dall'estate, zimbello dell'inverno, vittima di scherzi e di giochi, eppure il primo, l'unico poeta danese pieno di gioventù. Ora sei un segnalibro, piccolo bucaneve! Certo non sei stato messo qui per caso!".
Così il bucaneve fu rimesso nel libro e si sentì onorato e felice nel sapere di essere il segnalibro di quel meraviglioso libro di canti e nell'apprendere che chi per primo aveva cantato e scritto di lui, era stato anche lui un bucaneve, beffato dall'estate e vittima dell'inverno. Il fiore capì naturalmente tutto a modo suo, esattamente come pure noi capiamo le cose a modo nostro.
April 18

l'angelo

angel_baby-1.jpg Angel Face image by amathis93

L'Angelo

 

Ogni volta che un bambino buono muore, scende sulla terra un angelo del Signore, prende in braccio il bimbo morto, allarga le grandi ali bianche e vola in tutti i posti che il bambino ha amato, poi coglie una manciata di fiori, che porta a Dio affinché essi fioriscano ancora più belli che sulla terra. Il buon Dio tiene i fiori sul suo cuore, ma a quello che ha più caro di tutti dà un bacio, e questo riceve la voce e può cantare col coro dei beati.
Tutto questo veniva raccontato da un angelo del Signore, mentre portava un bambino morto in cielo, e il bambino lo sentiva come in sogno; e volavano per la casa, nei luoghi dove il bambino aveva giocato, e poi nei deliziosi giardini pieni di fiori bellissimi.
«Quale dobbiamo prendere da piantare in cielo?» chiese l'angelo.
Nel giardino si trovava un alto roseto, ma un uomo cattivo aveva spezzato il fusto, così tutti i rami, pieni di grandi gemme sbocciate a metà, si erano piegati e appassivano.
«Povera pianta» disse il bambino «prendi quella, così potrà fiorire presso Dio!»

E l'angelo raccolse quella pianta, e diede un bacio al bambino, così egli aprì un po' gli occhietti. Colsero quei magnifici fiori, ma presero anche la disprezzata calendula e la selvatica viola del pensiero.
«Adesso abbiamo i fiori!» disse il bambino, e l'angelo annuì, ma ancora non volarono verso Dio. Era notte e c'era silenzio; rimasero nella grande città e volarono in una delle strade più strette, dove si trovava un mucchio di paglia, cenere e spazzatura: c'era stato un trasloco; dappertutto c'erano pezzi di piatti, schegge di gesso, cenci e vecchi cappelli sgualciti, tutte cose molto brutte.
E l'angelo indicò, in tutta quella confusione, alcuni cocci di un vaso di fiori; lì vicino c'era una zolla di terra che era caduta fuori dal vaso, ma che era rimasta compatta a causa delle radici di un grande fiore di campo appassito, che non valeva più nulla e per questo era stato gettato.
«Portiamolo con noi! » disse l'angelo «poi, mentre voliamo, ti racconterò perché.»

E così volarono e l'angelo raccontò:
«Laggiù, in quella strada stretta, in un seminterrato, viveva un povero ragazzo ammalato; fin da piccolo era rimasto sempre a letto, quando proprio si sentiva bene poteva camminare per la stanza con le stampelle, ma non poteva fare altro. In certi giorni d'estate i raggi del sole arrivavano per una mezz'ora nella stanzetta del seminterrato, allora il ragazzino si metteva seduto a sentire il caldo sole su di lui e guardava il sangue rosso che scorreva nelle sue dita sottili, che teneva davanti al viso; in quei giorni si poteva dire: «Oggi il piccolo è uscito!». Conosceva il verde primaverile del bosco solo perché il figlio del vicino gli portava il primo ramo di faggio con le foglie e se lo alzavano sul capo e sognava di trovarsi sotto i faggi col sole che splendeva e gli uccelli che cantavano. Un giorno di primavera il figlio del vicino gli portò anche dei fiori di campo, e tra questi ce n'era per caso uno ancora con le radici: perciò fu piantato in un vaso e messo sulla finestra vicino al letto. Il fiore, piantato da una mano amorevole, crebbe, mise nuovi germogli e ogni anno fiorì. Questo divenne il giardino meraviglioso del ragazzo malato, il suo piccolo tesoro sulla terra. Lo bagnava e lo curava e si preoccupava che ricevesse anche l'ultimo raggio di sole, che penetrava dalla bassa finestrella; e il fiore cresceva anche nella fantasia del ragazzo, perché fioriva per lui, per lui emanava il suo profumo e gli rallegrava la vista. E quando il Signore chiamò il ragazzo, egli si volse, morendo, verso quel fiore. Da un anno è ormai presso Dio, e per un anno intero il fiore è rimasto abbandonato sulla finestra e è appassito. Per questo è stato gettato tra la spazzatura durante il trasloco. E proprio quel fiore, quel povero fiore appassito noi l'abbiamo messo nel nostro mazzo, perché quel fiore ha portato più gioia che non il più bel fiore del giardino reale.»
«Ma come sai tutte queste cose?» domandò il bambino che l'angelo portava in cielo.
«Lo so, perché ero io stesso quel povero ragazzo malato che camminava con le stampelle!» spiegò l'angelo. «E conosco bene il mio fiore!»

Hans Christian Andersen

February 26

stellina....

Stellina e il Paese dell'allegria
Una notte Stellina incuriosita da una luce lontana
Che guardava da una settimana
Decise di allontanarsi dalla sua " tana "
E di avventurarsi nell'universo …
Verso quel pianeta lontano , forse diverso…..
Allora facendo piano piano per non disturbare,
decise di volare verso quella lucina,
e superati monti, valli ed il mare
arrivò finalmente su quel pianeta
dove tra le montagne scorse un paese colorato, da un bagliore
illuminato…
decise subito di andarlo a visitare
ed all'ingresso del paese lesse queste righe:
"C'era una volta nel blue dell'universo,
tra le stelle, tra i pianeti, un pianeta di nome ALLEGRIA
dove tra le stelle
e le caramelle
c'era una città, anzi un paesello,
posizionato su un monte assolato,
tra fiumi e colline, montagne e valli …
era il Paese dell'ALLEGRIA.
Qui tutti erano felici
Perché erano tutti amici!
La mamma giocava con il suo bambino
La gatta sorrideva all'uccellino
Ed il sole giocava con la luna dalla sera al mattino…
E tutti abitavano in case colorate …
E Stellina iniziò a scoprire ….
La casa del pasticcere,
la casa del macellario,
la casa del giocattolaio
e dell'ombrellaio.
"Che bello questo paese - "disse Stellina" - Sono tutti indaffarati,
mentre dove abito io le stelle sono tristi …
forse perché stanno sempre a dormire?????
Devo fare qualcosa per farle divertire!"
Allora Stellina tornò dalle sue amche
Nel blue tra i pianeti e disse alla sua mamma:
"Mamma ho visto un pianeta
dove non si dorme ma le persone stanno bene lo stesso,
anzi sono felici!!!"
Allora la mamma rispose:
"Che dici Stellina,
un paese non è divertente se non si dorme
dalla sera alla mattina!"
Allora stellina durante la notte prese delle cordicine
E legò insieme i cuscini delle sue sorelle
E delle amiche stelline, alla coda di STELLA COMETA,
che per la notte di Natale
sarebbe andata verso il Paese dell'allegria.
Così in un baleno
Si ritrovano tutte niente meno
A rischiare il cielo del Paese dell'allegria,
che si era un bel mondo…
ma mancavano le stelline
a fare luce sui sonni delle bambine…
che quel giorno videro entrare nella loro stanza
una luce giallina e profonda…
E così tutti i bambini del paese
Si affacciarono alle finestre
E videro nel cielo le stelle tanto desiderate!
Allora tutti mandarono un bacino,
le stelle fecero capolino, si svegliarono,
e con un inchino ringraziarono
i loro nuovi amici e le loro amichette
per avere fatte sentire importanti!
Così decisero di rimanere tutte nel Paese dell'Allegria
Dove finalmente le notti erano serene
E le stelle di gioia erano piene!
Tutto grazie a Stellina…
Dolce e sensibile pianeta…
Che aveva capito bene
Che per essere felici bisogna avere tanti amici!


Lisa Ambrosini
January 06

Anderson

Il baule volante

C'era una volta un mercante così ricco, ma così ricco, che avrebbe potuto lastricare una strada intera con le sue monete d'argento e d'oro, ma non lo faceva. Lui usava il suo denaro soltanto così: se gli usciva un soldo dalla tasca, di sicuro ce n'entravano altri venti; era fatto così, quel mercante, e così morì. Il figlio, che ereditò tutto quel denaro, amava vivere spensieratamente: tutte le sere andava ai balli in maschera, e usava le banconote per fare gli aquiloni, e si divertiva a far rimbalzare sullo specchio d'acqua del lago non i ciottoli tondi, ma le monete d'oro, che saltavano meglio: alla fine gli restarono soltanto quattro soldi e nessun vestito, ma soltanto un paio di babbucce e una vecchia vestaglia. I suoi amici non si curavano più di lui, dato che non poteva più uscire con loro nelle strade; ma uno di loro, che era il più buono, gli mandò un vecchio armadio e gli disse: "Mettici dentro le tue cose". Ma lui non aveva più niente! Allora ci entrò lui stesso. Era un baule molto strano. Non appena si chiudeva la serratura, esso si alzava in volo; e così anche quella volta si alzò, e passando per la cappa del camino, volo fin sopra le nuvole, lontano lontano: il fondo del baule cigolava, e lui aveva una gran paura che si rompesse: che ruzzolone avrebbe fatto! Vola che ti vola, il baule arrivò nel Paese dei Turchi. Quando fu arrivato nascose il baule nel bosco, sotto le foglie secche, dopodiché entro nella città: poteva permettersi di farlo, perché in Turchia tutti vanno in giro in babbucce e vestaglia, come lui. A un certo punto incontrò una balia con un bambino. "Senti un po', balia turca!", disse lui. "Sai dirmi cos'è quel palazzo vicino alla città, con finestre così alte?" "Lassù abita la figlia del re", rispose la balia. "Le fu predetto che sarebbe stata infelice per causa di un fidanzato: perciò nessuno al mondo può avvicinarla, a meno che non sia accompagnato dal re e dalla regina". "Molte grazie", disse il figlio del mercante, e ritornò nel bosco. Quando fu arrivato entrò nel baule, volò sopra il tetto del palazzo ed entrò da una finestra proprio nella stanza della principessa. Lei era distesa su un sofà, e dormiva: era così bella che il figlio del mercante dovette darle un bacio; ella si svegliò spaventatissima, ma lui le disse che era il Dio dei turchi in persona. E che era disceso dal cielo per incontrarla: la cosa le fece molto piacere. Allora si misero a sedere l'uno di fianco all'altro, ed egli le raccontò favole sui suoi occhi: diceva che erano due laghi oscuri e splendidi, che i pensieri ci nuotavano come sirene, e la sua fronte era un monte di neve con meravigliose camere e splendidi quadri; e le raccontava anche della cicogna, che porta i cari bambini. Che belle fiabe che raccontava! Finché lui non chiese la sua mano, e lei gli rispose di sì. "Se vieni a trovarmi sabato prossimo", disse lei, "il re e la regina saranno qui a prendere il tè! Senz'altro si sentiranno molto lusingati del fatto che io sposo il Dio dei turchi. Però tu dovresti inventare una favola che sia davvero molto bella, perché i miei genitori ci tengono assai: mia madre le vuole con la morale, secondo la tradizione; mio padre invece le preferisce buffe, perché gli piace ridere. "D'accordo, in dono alla mia sposa porterò una fiaba", disse lui, e così si separarono. Prima però la principessa gli fece dono di una scimitarra tutta tempestata di monete d'oro, che gli garbava assai. Una volta uscito dal palazzo, volò a comprarsi una vestaglia nuova, e poi rientrò nel bosco. Qui si mise a sedere e cercò di pensare a una fiaba: doveva averne una pronta per sabato, il che non era per niente facile. Finché un giorno la fiaba fu pronta, ed era proprio sabato. Il re e la regina, con tutta la corte, lo aspettavano nella camera della principessa bevendo il tè, e lo accolsero con molta gentilezza. "Allora, ci vuole raccontare una fiaba?", disse la regina, "Ma che sia profonda e istruttiva!" "Però deve fare anche ridere", disse il re. "Senz'altro!", rispose lui, e cominciò a raccontare. Adesso bisogna fare molta attenzione. "C'era una volta un pacchetto di fiammiferi, i quali appartenevano a una famiglia nobile, e ne andavano molto orgogliosi: il loro albero genealogico era un vecchio e maestoso albero nella foresta. Adesso i fiammiferi stavano sulla mensola, tra un acciarino e una vecchia pentola di ferro, ed era a loro che essi raccontavano la loro giovinezza: "Allora", dicevano, "al tempo dei nostri verdi anni, stavamo proprio sopra un albero verde! Ogni alba e ogni tramonto ci veniva servito il tè di diamanti, cioè la rugiada, e per tutto il giorno avevamo i raggi del sole, perché il sole splendeva, e tutti gli uccelli del bosco venivano a raccontarci delle storie. Noi sapevamo bene di essere ricchi, perché gli altri alberi erano vestiti soltanto nei mesi d'estate, mentre la nostra famiglia poteva permettersi verdi vestiti d'estate e d'inverno. Ma poi arrivarono dei boscaioli, vi fu una grande rivoluzione, e la nostra famiglia andò perduta. Il tronco principale del casato trovò posto come albero maestro su una bellissima nave, che se voleva poteva fare il giro del mondo; gli altri rami andarono chi di qua, chi di là, e a noi fu dato l'incarico di accendere la luce per la plebaglia; è solo per questo motivo che gente nobile come noi è venuta a stare qui in cucina!" "A me le cose sono andate in un modo diverso", disse la pentola in ferro accanto ai fiammiferi. "Dal giorno che sono venuto al mondo, mi hanno bollito e raschiato tante volte! A me tocca di occuparmi di cose concrete, e diciamo la verità, la più importante della casa sono io. Il mio unico piacere è stare sulla mensola, dopo il pranzo, ben lavata e risplendente, a conservare con garbo coi compagni, anche se, a parte il secchio dell'acqua che ogni tanto dà un'occhiata al cortile, noi siamo tutta gente casalinga. L'unica a portarci un po' di notizie da fuori è la sporta, ma è quella è sempre così agitata quando ci parla di popolo e di governo, perché è una democratica; si figuri, l'altro giorno dallo spavento una vecchia pentola è caduta sul pavimento e si è rotta!" "Basta, stai chiacchierando troppo", disse l'acciarino, e batté sulla pietra focaia, sprizzando scintille. "Non sarebbe ora di organizzare una serata divertente?" "Perché non discutiamo di chi tra di noi è il più distinto?", dissero i fiammiferi. "Meglio di no", disse la pentola, "non mi piace parlare di me; perché invece non organizziamo un veglione come si deve? Posso cominciare io: vi racconterò una storia che ciascuno di noi ha vissuto: è così utile approfondire le proprie esperienze! Ed è anche molto divertente! Dunque: sulle sponde del mar Baltico, all'ombra dei faggi di Danimarca...". "Che bell'inizio", dissero i piattini in coro, "questa storia ci piacerà senz'altro!" "È laggiù che ho passato la mia giovinezza, presso una famiglia tranquilla. I mobili venivano sempre spolverati, il pavimento tirato a lucido, e ogni quindici giorni si cambiavano le tendine..." "Com'è interessante questa storia", disse il piumino; "si capisce subito che chi parla è una signora; dalle sue parole spira un'aria così pulita!" "Proprio così!", disse il secchio dell'acqua, e dalla gioia fece un tal balzo che l'acqua si rovesciò sul pavimento. Ma la pentola continuò a raccontare: e la fine non fu meno bella del principio. Tutti i piatti tintinnavano dalla gioia; il piumino raccolse del prezzemolo verde dal secchio della sabbia e incoronò la pentola, perché sapeva che questo avrebbe fatto rabbia a gli altri. "E poi", pensava dentro di sé, "se io la incorono oggi, domani sarà lei a incoronare me". "Adesso vogliamo ballare!", dissero le molle del focolare, e ballarono: Dio, mio, quanto alzavano le gambe! La vecchia fodera della sedia nell'angolo si sbellicava a guardarle. "E adesso, possiamo essere incoronate anche noi?", chiesero. E anche loro furono incoronate. "Dio mio! Dopo tutto non è che plebaglia!", pensavano i fiammiferi. Ora toccava alla teiera a cantare, ma si sentiva un po' raffreddata, disse, non poteva mica cantare se non era sul punto di bollire; ma la verità è che le piaceva cantare soltanto a tavola, tra gli invitati. Vicino alla finestra c'era una vecchia penna d'oca, che la cuoca usava sempre per fare i conti; in lei non c'era nulla che richiamasse l'attenzione, a parte il fatto che lei era sempre troppo immersa nel suo calamaio, e ne andava anche orgogliosa. "La teiera non vuol cantare?" sbottò lei, "Bene; qui fuori nella gabbia c'è un usignolo: lui sì che sa cantare. Lei invece non ha mai imparato nulla... ma forse stasera non vogliamo sparlare di nessuno!" "Trovo molto sconveniente", disse il bollitore, che amava cantare in cucina, ed era fratellastro della teiera", dover ascoltare un uccello estraneo di quel genere. Vi sembra patriottico? La sporta cosa ne pensa?" "Io non posso che friggere dalla rabbia!", disse la sporta, " non potete immaginare quanto sia arrabbiata! Vi pare il modo di trascorrere una serata? Non sarebbe meglio mettere un po' in ordine la casa? Ognuno allora dovrebbe mettersi al proprio posto, e io dovrei dirigere tutti quanti. Questo sì che sarebbe diverso".. "Sì, sì, facciamo baccano", dissero tutti quanti. In quel momento la porta si spalancò. Era la domestica, e tutti si misero fermi, nessuno aprì bocca; ma non c'era una sola pentola che non si sentisse molto distinta e che non fosse ben conscia delle sue capacità. "Ah! Se avessi voluto", pensava ognuna di loro, "sarebbe stata davvero una serata divertente". La cameriera prese i fiammiferi e accese il fuoco. Mamma mia, come bruciavano! Che fiamme! "Adesso sì", pensavano, "Che tutti possono vedere chi sono i più importanti! Che splendore, che luce abbiamo noi!..." ed erano già consumati". "Che bella fiaba", disse la regina, "mi sembrava proprio di essere in cucina, vicino ai fiammiferi! Ora ti daremo in sposa nostra figlia". "Certo", disse il re, "la sposerai lunedì stesso!", perché gli davano del tu, dal momento che ormai faceva parte della famiglia. Furono fissate le nozze, e la sera della vigilia tutta la città fu illuminata; volavano per l'aria ciambelline e maritozzi; i bambini per strada si alzavano sulla punta dei piedi per afferrarle, e gridavano: "Urrà", e fischiavano con le dita; era uno spettacolo straordinario. "Eh sì, anch'io forse dovrei fare qualcosa!", pensò il figlio del mercante; e comprò fuochi artificiali, petardi e tutto il resto, li mise nel baule e si alzò in volo. Che spettacolo! Che botti! Tutti i turchi, a ogni botto, saltavano così in alto che le loro babbucce sfioravano le orecchie; non si era mai visto uno spettacolo del genere. Ora sì che era chiaro che quello era proprio il Dio dei turchi, lo sposo promesso della principessa. Quando il figlio del mercante fu ridisceso nel bosco, pensò: "Mi piacerebbe ora recarmi in città e sentire che impressione ho fatto!" E in fondo era normale che desiderasse una cosa del genere. Mamma mia, le cose che la gente non diceva! Tutti quelli a cui domandava dicevano una cosa diversa, ma erano d'accordo: era stato straordinario. "Io ho visto il Dio dei turchi in carne e ossa", gridava uno; "Aveva gli occhi come stelle brillanti, e una barba come acqua spumeggiante". "Volava su un tappeto di fuoco", diceva un altro; "e bellissimi angeli uscivano fuori dalle pieghe!" Oh, quante belle cose sentiva dire sul suo conto! E il giorno dopo si sarebbe sposato. Allora ritornò nel bosco, per rimettersi nel baule, ma dove mai si era messo quel baule? Era bruciato! Una scintilla dei fuochi artificiali c'era caduta dentro, poi il fuoco si era propagato, e così il baule era ridotto in cenere. Ora non poteva più volare, né tornare dalla sua fidanzata. Lei rimase tutto il giorno sul tetto ad aspettare; e sta ancora aspettando, mentre egli gira il mondo e racconta le sue fiabe: ma non sono più così allegre come quella che raccontò sui fiammiferi.
December 23

PANETTONE

 
 
SIETE PRONTI PER LE LECCORNIE??
DILEMMA!!!
PANETTONE O PANDORO???
EHEHEHHE
QUESTO E' IL PROBLEMA!!
CIAO
WINNY
 

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      POSSA IL MIO BLOG FARVI VOLARE CON LE ALI DELLA FANTASIA PERCHE' SOLO CREDENDO VERAMENTE NEI SOGNI, POTRANNO UN GIORNO AVVERARSI. LASCIATE UN VOSTRO PENSIERO NEL MIO FANTASTICO MONDO.

UN LUCCICHIO DI STELLE PER VOI....  

SARA

      

 

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rosywrote:
Buon week-end anche a te cara.
Un abbraccio.
Rosy.
May 30
rosywrote:
....bellissimo e tenero blog...complimenti....sono stata un po' assente ultimamente e solo ora sto scoprendo i blog dei miei nuovi amici...il tuo è bello davvero...
Ti auguro una fantastica giornata.
Rosy.
Feb. 11
Nadiawrote:
Grazie per essere passata a trovarmi...
Non sono andata molto sul mio blog ultimamente...quindi mi scuso per il ritardo
Jan. 22
Francesca .wrote:


 

Ti auguro un anno
fatto di momenti speciali
fatto di momenti per te.
Dove raccoglierti
meditare e pensare.
Dove sognare, realizzare
o anche semplicemente
solo amare.

Buon 2009

 

Francesca

Dec. 29
Stephan Artwrote:
Uno scintillante Natale per te.......N'abbraccio ciaooooooo
Dec. 24
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